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| Gli Scavi di Colombarone | |
Gli Scavi di
Colombarone
(Fiorenzuola di Focara)
Gli scavi a Colombarone sono iniziati nel 1983 con il duplice scopo di ubicare l'area indagata nella seconda metà del '700 dall'erudito pesarese Annibale degli Abbati Olivieri Giordani e di individuare la funzione delle strutture trovate in quell'occasione e messe in pianta dall'architetto pesarese Gian Andrea Lazzarini, amico e collaboratore dell'Olivieri.
Stando a quanto scritto dall'Olivieri nelle sue memorie di Gradara e alle annotazioni da lui fatte a margine della pianta, queste strutture dovevano appartenere alla basilica paleocristiana di San Cristoforo "as Aquilam" posta lungo la via Flaminia a 50 miglia da Ravenna, dove, secondo il liber pontificalis; nel 743 l'esarca Eutiche era andato ad attendere Papa Zaccaria che da Roma si stava portando a Ravenna. L'ipotesi dell'Olivieri venne discussa in un convegno organizzato nel 1980 a Gradara, durante il quale la pianta del Lazzarini, da poco riportata all'attenzione degli studiosi, venne interpretata come l'atrium della basilica, chiuso da un nartece a forcipe.
I risultati delle esplorazioni condotte negli anni successivi consentirono di individuare il sito scavato nel XVIII sec. e sembrarono confermare l'interpretazione funzionale emersa nel convegno. In questi ultimi anni, però, l'esplorazione della zona a monte del c.d. nartece, dove avrebbe dovuto essere la basilica vera e propria, anziché portare alla scoperta della navata della chiesa, ha messo in luce ben cinque ambienti allineati tra loro e tutti pavimentati a mosaico (policromo, con motivi geometrici e floreali). All'estremità meridionale, a fianco dei due vani pavimentati l'uno a mosaico e l'altro a mattoni, e alle spalle dell'ultimo vano che si apre sul "nartece" è stata individuata un'area che doveva essere scoperta e dove è stato trovato un lungo tratto di conduttura in piombo che a monte si inoltra sotto il terrazzo, mentre a valle è stata asportata dagli scavatori del Settecento.
Come si vede si tratta di ritrovamenti che mal si accordano con un edificio basilicale e che quindi costringono ad attribuire i resti venuti in luce dal Settecento ad oggi non ad una basilica paleocristiana, ma ad un palazzo tardoantico, che i mosaici indicano essere stato particolarmente ricco. Sulla base di un primo studio dei materiali recuperati, il palazzo dovrebbe essere sorto verso il IV secolo d.C. e con ogni probabilità venne completamente e definitivamente distrutto alla metà del VI secolo, durante la guerra greco-gotica. Nel VII secolo, comunque, nel sito occupato dal palazzo doveva esserci già una necropoli, come dimostra una tomba a fossa che aveva come fondo il mosaico di uno dei vani e all'interno, come corredo, un pettine in osso databile appunto a questo secolo. Prima della sua completa distruzione, comunque, il palazzo deve aver conosciuto una fase di decadenza, come dimostrano gli interventi di ripavimentazione e poi i livelli di utilizzo non più come struttura residenziale, ma di tipo, forse, produttivo. In tutta l'area infatti, sono venuti alla luce resti di fornaci e di focolari, oltre ad alcune anfore conficcate in buche aperte dentro i mosaici e con l'imboccatura in corrispondenza di un piano d'uso posto una ventina di centimetri sopra il mosaico e un grosso blocco in marmo, forse tolto ad un monumento funerario posto lungo la via Flaminia e collocato all'interno di un buco scavato entro il mosaico del c.d. "nartece". Attorno a questo blocco sono state poi trovate numerose buche di palo aperte anch'esse dentro il mosaico del nartece.
A cura del prof. Pier Luigi Dall'Aglio
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